mercoledì 17 gennaio 2018

viaggiare con bambini: le jardin des plantes di Nantes

Sarà l'esterofila che è in me, e fuori dal suolo natìo tutto mi sembra più bello.
Sarà che in viaggio sto sempre bene, e tutto mi sembra più bello.
Sarà il fascino dei posti nuovi e mai visti prima, che mi fa sembrare tutto più bello. 
Però davvero certi parchi fuori dall'Italia mi sembrano avere una marcia in più.

L'ultimo in cui sono stata mi ha letteralmente stregata e incantata.
Si chiama Jardin des Plantes, si trova a Nantes e ora vi racconto un po' dei suoi viali, delle sue siepi, delle sue panchine e dei suoi abitanti. 
Avevo letto di questo parco qualche giorno prima di partire alla volta del nord della Francia.
Dicevano "se passate per Nantes dovete andarci", soprattutto se avete bambini.
Continuando a leggere ho capito che noi con i nostri bambini non potevamo assolutamente perdercelo.
Un giardino botanico in centro città, con un qualcosa in più.
Qualcosa di straordinariamente magico, poetico e surreale che risponde al nome di Claude Ponti.
Voi lo conoscete Claude Ponti?
Se avete dei bambini, o se ci lavorate assieme, o siete appassionati di libri illustrati per l'infanzia, se frequentate biblioteche  e librerie probabilmante sapete di chi si sta parlando.
Se non lo conoscete a questo link sul sito di Babalibri, che pubblica le sue opere qui in Italia, potete trovare una sua tanto sintetica quanto esauriente presentazione.
Io vi dirò solo che è uno tra i nostri autori preferiti, capace di farci sorridere, pensare, commuovere come pochi altri.
(Apro parentesi per lasciarvi il link di un vecchio post che avevo scritto qui nel blog anni fa. Uno dei miei post più cari di sempre, per uno dei libri più amati di sempre. Chiudo parentesi).

Ma torniamo al giardino botanico di Nantes e a cosa lega questo posto a questo straordinario artista.
Il giardino è un giardino botanico come tanti, con le sue piante da tutti gli angoli del mondo, collezioni speciali di tal e talaltra varietà di fiori, i suoi alberi dai molti anni, le sue serre e laghetti, fontane e sentieri.
E in mezzo a tanta natura Claude Ponti è stato chiamato ad aggiungere bellezza, e quel tocco di sognante poesia che è il suo tratto inconfondibile.
Siepi degne di Edward mani di forbice danno vita a personaggi sonnacchiosi, stesi sul prato a dormire e sognare chissà quale avventura.
Lui si chiama "Dormanron", intraducibile gioco di parole francese tra dormiglione e marrone.
"si può fotografare, non è commestibile, dargli da mangiare è inutile" dice Claude Ponti alla fin della sua scheda in cui viene speigato di che piante è atto questo pigro di Dormanron.



Lungo tutto il parco ci sono panchine sbilenche e buffe, grandi, giganti e minuscole.
Alcune, tutte un saliscendi, hanno a loro volta un nome che nasce da un gioco di parole intraducibile dal francese: Togobans.
"Le tobogan" è lo scivolo e "bancs" le panchine.
Quando l'ho capito l'ho trovato geniale.


Ad una delle entrate del parco verrete accolti da questa combriccola di vasi dalle capigliature folte e da una fila di campanelle di coccio. 
Il contrasto tra questi elementi buffi e fantastici e l'eleganza tutta francese delle facciate dei palazzi del viale fuori dal parco sono secondo la cifra stilistica di tutto questo giardino. 
Che sa fondere elementi naturali e arte, aspetti scientifici e tratti poetici, storia e ironia con una classe che raramente ho trovato. 
Ma in questo trovo che i francesi siano sempre maestri. 





Disseminati lungo i sentieri del parco immensi animali totem di legno di recupero e piante, con cui poter interagire entrando dentro e scrutando il mondo lì fuori direttamente dalla pancia della volpe.
Giocare a rincorrersi attorno alle spire colorate di un  lunghissimo serpente che sembra strisciare sotto gli alberi.








E proprio nei pressi del serpente inizia la zona delle serre.
E anche qui è un tripudio di equilibrio tra vecchio e nuovo, tra classico e moderno, tra tradizione  e innovazione. Alcune vetrate sono dipinte di bianco, con soggetti e disegni che aggiungono tratti di giocoso vedo e non vedo attraverso i vetri che custodiscono piante dietro una cortina di condensa magica.
Altre richiamano a quei tratti da viaggi fantastici alla Jules Verne, con cui la città ha un legame speciale: una casa di ferro e vetro, a metà tra il nautilus riemerso dalla terra e un ufo atterrato tra le felci , proteggono dal freddo piante grasse e cactus.
Ad aggiungere note di poesia tra gli orti, delle piccole lavagne d'ardesia citano poesie, proverbi e detti legati alle stagioni e alla terra, ricordo di tempi contadini e saggi.


















A completare la bellezza di questo giardino botanico la zona dei giochi, che ovviamente non si limita a scivoli ed altalene. 
Come nei migliori parchi che si rispettino ci sono sabbionaie e carrucole e setacci e un intero sistema per giocare con terra, sabbia e acqua. 
Direi che di marce in più questo parco ne ha ben più di una. 
Direi che se vi capita di passare per Nantes, dovete proprio andarci 😉😊







lunedì 8 gennaio 2018

due giorni a Rennes (di inizi belli e sbilenchi)


Erano sedici anni che non mettevo piede a Rennes.
Era la fine di dicembre del 2001.
Un vecchio treno-notte da Venezia a Parigi e un nuovissimo Tgv dalla capitale francese a quella Bretone avevano portato me e una piccola combriccola di amici a passare il capodanno lì, ospiti di un'amica.
All'epoca di quel freddissimo dicembre non mettevo piede a Rennes da tre anni.
Era il marzo del 1998, roba dell'altro secolo, e dell'altro millennio.
Un aereo da Venezia a Parigi e un pullman dalla capitale francese a quella bretone avevano portato me e due classi di liceo, con annessi insegnanti, fino a lì, per uno scambio culturale di una settimana con altre due classi del liceo della città: l'Emile Zola, un edificio storico stupendo, soprattutto agli occhi di una come me che all'epoca frequentava una scuola nuova e modernissima, e non solo nella struttura per fortuna, fatta di cemento, vetro e acciaio.
In quei sette giorni avevo abitato a casa della mia corrispondente, conosciuto la sua famiglia, preso il bus con lei, ascoltato tanta musica assieme, frequentato la sua scuola, assaggiato un po' di quella vita, lassù in quell'angolo di Francia in odor di oceano e tradizioni celtiche.

Ci sono tornata per questo capodanno a Rennes, complice l'invito dell'amica di cui sopra e un'offerta di una compagnia aerea, ("i bambini viaggiano gratis" può avere davvero un suono angelico alle mie orecchie) colta al volo ancora a metà maggio, mentre eravamo a Porto (uno dei momenti più belli della mia vita, da archiviare sotto la voce "viaggiare di più e viaggiare a meno")
L'ho trovata come l'avevo lasciata: piccola, vivibile, bella e sbilenca.
Con in più una linea di metropolitana veloce ed efficiente, che la rende ancora più vivibile.

Ora ci sono tre o quattro motivi per cui amare Rennes.
O per lo meno son quelli che la fanno amare a me.
Galettes e sidro.
E sidro e galettes.
E galettes e sidro, e sidro e galettes...
Se qui in Italia potrei benissimo vivere di pizza, lì potrei benissimo vivere di galettes. E sidro.


Altra cosa: i palazzi.
Le finestre.
Le facciate.
Deliziosamente sbilenche.
Per una come me che ama i vicoli sgarrupati di certi piccoli paesi del sud Italia, del Portogallo, dell'Andalusia, questa versione legnosa e calda, nordica e con i tetti in ardesia mi incanta.
E mi fa girare la testa.
Mi affascina vedere questi palazzi addossati l'uno sull'altro, il gioco di piani e finestre che crescono l'uno sull'altro.
Le tinte scure, ma caldissime.
Il legno consumato e vissuto, come la migliore delle vecchie credenze che potreste trovare a casa di una vecchia zia.



















Ho amato la sua sobrietà, anche in un momento di luccicchio festoso come questo.
La giusta misura nell'addobbare senza snaturare.
La giusta misura tra l'essere una città ricca di tradizioni (sono celtici, capite bene che qui le tradizioni sono cosa importante) ma senza cadere nella caricatura di sè stessa.
La giusta misura tra essere classica e moderna allo stesso tempo.
La giusta misura nell'essere una città piccola, ma grande.
La giusta misura nell'essere meravigliosamente sbilenca.




(la curiosità di sapere chi viveva qui, e ha disegnato questa deliziosa vetrata)





(questo locale era chiuso, mannaggia. Era chiuso tutto un po' a dire il vero, visto che eravamo lì domenica  e lunedì, e lunedì era capodanno)




C'erano un paio di caroselli, in due piazze diverse. 
Uno vecchio vecchio vecchio, autenticamente vintage.
E questo nelle foto sopra, decisamente non vecchio, ma indiscutibilmente affascinante. 
Ma nulla, davvero nulla di che in  confronto alla giostra che avremmo visto un paio di giorni dopo a Nantes. 
Ma questa è un'altra storia, un po' più in là sulla mappa.





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